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ALESSANDRO CARANDENTE, IL PARADOSSO DELL’EVIDENZA, MARCUS EDIZIONI, NAPOLI 2002. PP.224
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Il
paradosso dell’evidenza.
Sono
raccolti in questo volume saggi teorici, interventi critici,
recensioni, interviste e articoli pubblicati nell’arco di un
quindicennio su riviste letterarie e quotidiani. Un lavoro fitto,
intenso, concentrato, testimonianza di una attività in sordina,
lontana dai rumori del giorno. Un cammino parallelo, doppio,
speculare a una parola inventiva, poetica, di chiara coscienza
critica e storica. Gli argomenti gravitano tutti intorno al rovello
della letteratura e alla ricerca del suo enigmatico senso, una idea
non preconcetta, che è venuta fuori, strada facendo, dal dialogo e
dall’ interazione con libri, scrittori, poeti, critici d’arte e
problematiche legate al farsi immaginario del linguaggio
contemporaneo.
L’ordine
di proposta è quello cronologico, salvo quando lo scritto andava a
formare un medaglione, come, per esempio, nel caso di Emilio Villa,
Ugo Piscopo, G.Battista Nazzaro, Elpidio Jenco o Giuseppe Pontiggia
etc.
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Si comincia quindi dai primi interventi apparsi su Altri
Termini, rivista su cui mossi i primi passi come redattore; poi si
passa per Oltranza, rivista di passaggio di cui sono stato dal 1993
al 1994 anche segretario, prima di approdare definitivamente nel
1997 a Secondo Tempo, rivista che coordino e
assorbe ancora gran parte delle mie energie. In questa fucina
vitalissima sono confluiti, infatti, alcuni dei lavori critici e
inventivi prodotti in questi ultimi cinque anni.
Da
una lettura complessiva viene fuori, oggi, una instancabile
passione critica, non priva di tensione, che veglia e vaglia
all’interno del linguaggio la sopravvivenza di un senso esposto al
rischio e alla mobilità del nostro tempo instabile, precario,
minato da evidenti contraddizioni interne. Un respiro scritturale
intricante e un esercizio di consapevolezza critica che ricercano
una parola mirante a contrastare stupidità, violenza e indifferenza
ormai dominanti. Emerge, insomma, una poetica che pur nel piacere
snervante di lingua, nell’insorgenza d’immagini sorpresive, non
rinuncia mai alla sua linea portante: puntare sul recupero della
responsabilità morale. Un impegno se non dimenticato, scomparso,
ormai fortemente eluso dal nostro tempo.
Circa
il metodo, infine, si è tenuto conto dei saperi disciplinari, ma
solo fino a un certo punto, ritenendoli piedistalli
insufficienti per giudicare; da sempre, infatti, non credendo nella
scienza della letteratura, ci si è rivolti a una lettura
avventurante, folgorativa, che vive e si giustifica al suo interno.
Fare appello a qualcosa che stesse più avanti, che rispondesse a
interrogativi invisibili, al fine ultimo del gioco della scrittura,
ci è sembrato più importante, pregnante, oltre che necessario.
D’altra parte è sempre un linguaggio personale che ne legge un
altro. E la sua felice riuscita consiste nella forza di trascendersi
per ritrovare intatta l’emozione in un istante espansivo del
dialogo tra sé e gli altri.
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