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SALVATORE
VIOLANTE
Punto e a capo
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Scaturigine
prima della poesia di Salvatore Violante è la natura. Egli va a
spasso con le sue stagioni, l’osserva, l’indaga e l’asseconda
nei suoi ritmi circolari, nelle sue cicliche rotazioni. Il paesaggio
è quello imponente del Vesuvio, con le croste laviche, le crepe di
lava tenebrosa, i sassi induriti, la sabbia, con le spianate di
terra dura e informale, le strade che si aprono tra i vigneti come
ferite. Ma la scelta non è meramente descrittiva, essa è un
sacrario che funge da contrappunto e rimanda a un dentro corale, a
una percezione dell’umano che è specchio di dolori antichi e
tribolazioni bibliche. Emerge
l’immagine mentale di un uomo stanco e affaticato, stremato e
sconfortato, avvilito e senza scampo che, ferito negli affetti
essenziali e sotto il peso delle sconfitte, di un vissuto senza
appigli e spiragli, in muta solitudine, scava taglia segna e traccia
traiettorie in un paesaggio d’erbe infradiciate, un letamaio che
si sveglia rovinoso e degradato in un naufragio di luce. Laggiù, un
grido ossuto, disperato, d’un cane impiccato tra i rovi. Per
fortuna c’è il soccorso del ricordo e del sogno a ricomporre le
voci dissonanti e gli strappi di una stagione violenta, a
rischiarare le zone d’ombre, i grumi di silenzio, a rimpatriare
teneri lapilli, fiori gialli, merli e fringuelli, a ritrovare infine
la misura. A fine corsa si accede alla natura, punto di partenza ma
anche di ritorno per un nuovo inizio. E chi è pronto a un ritorno
alla fonte primigenia, ad invocare la montagna per l’avvento di
una promessa: flutti di un fiume di fuoco riparatore per coprire le
umane vergogne, lo scempio ambientale di patti scellerati. Lucido e
consapevole, c’è chi arranca traballa in un vortice temporale che
arrotola e sfarina, eppure resiste, resiste e ripete a se stesso:
“bisogna fare punto e andare a capo”.
Alessandro Carandente
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