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Bon
ton bonsai
bonbon. Un
guizzo linguatico sonoramente insaporato, che ubbidisce a spinte
neologiche, desuete, a una ilarità minimale tutta incentrata su
richiami inventivi, onomatopee, omofonie, consonanze, assonanze,
ritmi e rime baciate e abusate. Un euforico nonsense, un piacere
puro in punta di lingua, affidati alla rotazione avvolgente di una
ricorsività ritornellante con relativo aggancio interno
allitterante. Il risulto è un profilo simmetrico di un poeta,
sinuosamente sibilante, che sbriglia scompiglia sbaraglia
l’invoglio, pronto cioè a sciogliere la tensione del dire e a
slittare, con fulminea velocità, verso l’accensione di un senso.
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